C’è un paradosso nel conversation pit. Nasce per eliminare le gerarchie dello spazio: abbassare il pavimento significa mettere tutti allo stesso livello, senza distinzione tra divani e poltrone. Finisce invece per diventare il simbolo di un lusso molto particolare: quello di avere abbastanza spazio da potersi permettere di sottrarlo. Nel 1957 Eero Saarinen lo progetta per la Miller House di Columbus, Indiana. Alexander Girard lo riempie di cuscini colorati e lo colloca al centro di un open space inondato di luce. Il salotto diventa una topografia. Chi scende resta. Chi resta parla.

Oggi quella logica riaffiora in molti interior di tendenza. Non come una citazione nostalgica degli anni Sessanta, ma come risposta a una domanda molto attuale: come creare intimità in un ambiente aperto, condiviso e attraversato continuamente? Costruire un “dentro” senza ricorrere alle pareti. Il conversation pit non modifica la pianta. Lavora sulla sezione. Basta una differenza di quota per sottrarre la conversazione al flusso e trasformare uno spazio pubblico in un luogo dove fermarsi.

Conversation pit

Free System di Acerbis, firmato da Claudio Salocchi e Lorenzo Cappellini Baio

Il conversation pit contemporaneo

Il Free System di Acerbis, firmato da Claudio Salocchi e Lorenzo Cappellini Baio, dimostra che oggi il pavimento può restare dov’è. È il divano ad abbassarsi. La seduta sfiora il suolo e si allarga come una piattaforma. Configurata a U, delimita uno spazio raccolto e rallenta naturalmente i flussi. Il conversation pit sopravvive come principio, anche quando l’architettura rimane perfettamente piana.

Butter di Faye Toogood per Tacchini porta questa idea ancora oltre. Qui la separazione nasce dalla percezione. Le forme morbide, il volume generoso e le superfici che sembrano cedere al tatto costruiscono un’enclave domestica all’interno della lobby. Non si scende di livello. Cambia il modo in cui il corpo occupa lo spazio.

Conversation pit

Butter di Faye Toogood per Tacchini

Con Insula di Patricia Urquiola per Kettal il principio si sposta all’esterno. Terrazze, cortili e giardini d’albergo diventano stanze senza pareti, dove la composizione dei moduli costruisce la stessa intimità che un tempo richiedeva un cambio di quota.

Forse il conversation pit non è mai stato davvero una questione di pavimenti ribassati. Era un modo per dichiarare che, in un punto preciso dello spazio, vale la pena fermarsi. Progettare le condizioni della conversazione torna così a essere uno dei compiti più interessanti dell’architettura dell’ospitalità. A volte serve scavare il pavimento. A volte basta un divano.

Conversation pit

Insula di Patricia Urquiola per Kettal

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