Chi ha detto che la luce deve stare sempre al suo posto? Per Ingo Maurer si sposta, si tende, si mette in discussione. Lo sviluppo del sistema Here we YaYaHo again riapre un discorso iniziato nel 1984 e mai davvero concluso, quando il sistema YaYaHo aveva incrinato l’idea stessa di apparecchio illuminante. L’origine resta una scena quasi laterale, raccolta per strada: ad Haiti un allaccio improvvisato, abusivo eppure intelligente, capace di far passare energia dove non dovrebbe. Non un modello da replicare, piuttosto un’intuizione da tradurre. Due fili tesi, elementi che si agganciano, si spostano, si combinano. Oggi quel sistema torna e si spinge oltre. I cavi si caricano di presenza, diventano linea e scena insieme. Non più semplice supporto, ma traccia attiva nello spazio, quasi un segno disegnato nell’aria. La luce si organizza attorno, sopra, lungo queste tensioni, costruendo un ritmo che non è mai fisso.
Il cambiamento passa da due direzioni precise. Da una parte la corrente continua, dall’altra la materia: carte giapponesi, volumi puri, geometrie essenziali. Cubi e superfici che filtrano e misurano la luce, creando pause, accenti, zone. Alcuni elementi si sollevano sopra i cavi, aggiungendo una dimensione verticale che prima restava implicita. Montato tra due pareti, spezzato in diagonale, piegato ad angolo, YaYaHo continua a comportarsi come un dispositivo narrativo.
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