Il mondo del design e dell’ospitalità sta vivendo una trasformazione radicale che sposta l’attenzione dal semplice possesso dell’oggetto alla gestione intelligente del suo intero ciclo di vita. Al centro di questa rivoluzione troviamo un binomio tecnico inscindibile composto dal Design for Disassembly (DfD) e dal Digital Product Passport (DPP), due strumenti che insieme definiscono l’ultima frontiera della sostenibilità e dell’efficienza economica.

 

Design for Disassembly: l’anima fisica del mobile

Il Design for Disassembly rappresenta l’anima fisica di questo cambiamento, poiché impone ai progettisti di pensare agli arredi non più come blocchi monolitici e inseparabili, ma come architetture complesse i cui componenti possono essere scomposti con precisione. Questo significa abbandonare definitivamente l’uso di colle chimiche e saldature permanenti a favore di connettori reversibili, giunti a baionetta o sistemi meccanici intelligenti che permettono di separare il legno dal metallo e il tessuto dall’imbottitura, facilitando sia la riparazione che il riciclo finale. A ciò si aggiunge la standardizzazione dei componenti – la loro riducibilità a parti intercambiabili – e la preferenza, dove possibile, per materiali monomaterici che semplificano ulteriormente la filiera del recupero.

 

Digital Product Passport: il cervello digitale

Accanto a questa struttura fisica corre parallelo il Passaporto Digitale del Prodotto, una carta d’identità virtuale che accompagna ogni pezzo dal momento della produzione fino al suo eventuale riciclo. Il DPP è introdotto dal regolamento europeo ESPR, che ne prevede l’obbligatorietà per il settore arredo a partire dal 2028, nell’ambito di un calendario progressivo che coinvolgerà l’intera industria manifatturiera europea nel corso del decennio. Accessibile tramite un identificatore unico digitale, oggi più spesso un QR Code o un chip NFC, anche se il data carrier standardizzato non ha ancora assunto una forma definitiva, non si limita a certificare la composizione e la storia dell’oggetto, ma diventa un archivio dinamico che contiene istruzioni per la manutenzione, schemi per lo smontaggio e dati certi sull’impronta di carbonio, rendendo ogni pezzo trasparente e interrogabile lungo tutta la sua esistenza. Restano, però, frizioni reali da non sottovalutare: il DfD comporta costi di progettazione e produzione inizialmente più elevati; il DPP richiede che i produttori aprano dati che spesso considerano proprietari; e la governance del passaporto nel tempo – chi lo aggiorna, chi ne garantisce l’integrità dopo un cambio di proprietà – è una questione ancora aperta a livello normativo.

A sinistra, le componenti del tavolino Atomo di Spalvieri & Del Ciotto per S-CAB e a destra un'ambientazione (courtesy Claudia Zalla)

A sinistra le componenti del tavolino Atomo di Spalvieri & Del Ciotto per S-CAB e a destra un’ambientazione (courtesy Claudia Zalla)

 

La rivoluzione nel settore hotel e contract

Per il settore alberghiero e del contract questa combinazione non è solo una scelta etica, ma un salto di qualità nella gestione operativa. In un hotel di alto livello, dove l’usura degli spazi comuni è altissima, la capacità di scomporre e riparare un singolo componente senza dover sostituire l’intero arredo cambia drasticamente il bilancio della manutenzione. Se una poltrona si danneggia, il facility manager può richiamare il passaporto digitale per identificare il pezzo di ricambio esatto e procedere alla sostituzione in autonomia, estendendo in modo documentato la vita utile dell’oggetto e riducendo gli sprechi.

Verso una circolarità reale del design

L’impatto più significativo si osserva nella fine del ciclo di vita dei grandi progetti d’autore. Quando una struttura rinnova i propri spazi, il design non finisce più in discarica, ma può essere smembrato e reimmesso sul mercato grazie alla documentazione digitale che ne certifica composizione e qualità dei materiali. Per garantire anche l’autenticità commerciale del pezzo – la sua identità come oggetto d’autore – sarà tuttavia necessario affiancare al DPP strumenti aggiuntivi, come registri digitali certificati o tecnologie a prova di manomissione. Gli arredi diventano così elementi capaci di vivere più vite, passando da una suite d’albergo a una residenza privata mantenendo intatta la propria storia. In definitiva, l’integrazione tra DfD e DPP trasforma gli hotel in custodi di un patrimonio materico, dove la qualità di un ambiente si misura anche dalla sua capacità di essere rigenerato senza produrre residui.

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