C’è un momento in cui il comfort smette di essere individuale e diventa un problema di progetto. Margherita Rui, designer, direttore creativo e co-fondatrice di studio dogtrot, lo sa bene: dopo la formazione al Politecnico di Milano e a Fabrica, e la direzione creativa tra Venezia, Milano e New York, il suo sguardo sul design è dichiaratamente sistemico. Non il singolo prodotto, ma il modo in cui i prodotti abitano lo spazio.

E lo spazio, nell’ospitalità, non è mai neutro. “Il comfort negli hotel è prima di tutto il modo in cui vivi lo spazio”, dice. “Non lo vivi più in una dimensione privata, ma in una dimensione collettiva, dove più persone si incontrano. Progettare un ambiente di questo tipo significa tenere conto delle esigenze di chi lo abita nello stesso momento”.

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Ritratto di Margherita Rui. Courtesy Giacomo Bianco

Ripensare gli spazi secondo Margherita Rui

Le implicazioni progettuali sono tutt’altro che scontate: dalla configurazione degli spazi ai materiali, fino alla gestione di luce e acustica. Il paragone con il co-working non è casuale. “È un tema molto legato agli spazi comuni, all’ospitalità, all’hotel”, osserva Rui. “Tocca tantissimi ambiti: da come si organizza un ambiente fino a capire quali prodotti sono più adatti a un uso collettivo. E poi ci sono i materiali. E il sonoro”. L’acustica, in particolare, è oggi un nodo complesso e sottovalutato, una questione di benessere percepito e immediato.

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La nuova sede Green Pack a Oderzo, dove un edificio degli anni Settanta si trasforma in uno spazio di lavoro contemporaneo. Courtesy Maurizio Polese

A complicare il quadro c’è la trasformazione dei comportamenti degli ospiti. Le aree d’attesa non sono più spazi di transito passivo. “Quando stai fermo su un divano in attesa, non aspetti e basta: telefoni, lavori, chiacchieri”, dice Rui. “Le attività che fai cambiano completamente il modo in cui vivi quello spazio”. Non a caso, molte aziende interessanti che entrano oggi nell’ospitalità arrivano dal contract per uffici, portando con sé una cultura abituata a far coesistere concentrazione e incontro. “Stanno entrando nel tema dell’ospitalità perché i problemi sono gli stessi”, osserva. “E le soluzioni iniziano a parlarsi”.

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La nuova palazzina a Fontanafredda di Arbli: uno showroom su tre livelli firmato Studio Gottardo e Associati e Dogtrot, tra design “soft tech”, materioteca e produzione sostenibile. Courtesy Arblu

All’incrocio tra architettura e design

Il punto di arrivo è l’integrazione tra architettura e design, dove il soffitto tecnico assorbe il suono, isola e illumina senza mostrare la soluzione. “È inutile cercare fuori dall’architettura la risoluzione del problema, se puoi farlo già in fase progettuale”, dice. “Il tema del benessere è molto legato all’architettura. E il design sta iniziando a entrare a livello sistemico”. È una soglia che cambia il senso stesso del mestiere. “Il materiale non è più solo materiale: diventa una parete”, dice Rui.

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La poltrona Hibi di Milani presenta un design sostenibile senza colla con scocca in poliuretano strutturale separabile. Courtesy Milani

Lo studio dogtrot sta lavorando su nuovi concetti di separazione sistemici che raccontano questa direzione. “Progettare un elemento di separazione significa progettare l’interno”, spiega. “È un elemento fisso, non lo sposti. Ma ti permette di creare partizioni che, se un giorno vuoi toglierle, rendono lo spazio di nuovo flessibile. Da un lato è un elemento architettonico, dall’altro ti permette di riportare lo spazio alla sua origine”. Flessibilità e radicalità insieme: un ossimoro che descrive bene anche il comfort, un risultato millimetrico percepito come naturale.

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