“L’architettura è un fatto d’arte, un fenomeno che suscita emozione, al di fuori dei problemi di costruzione, al di là di essi. La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere”. Le Corbusier scrive questa frase nel 1923 quando, dopo la scia di sangue e macerie della Prima guerra mondiale, la necessità di ricostruire è impellente e l’architettura razionalista, di cui egli stesso è pioniere, prende il sopravvento.
Eppure, nonostante la consapevolezza che le nuove costruzioni debbano essere innanzitutto funzionali, le sue parole definiscono anche l’essenza artistica della progettazione: la capacità di dar vita a edifici che non debbano essere soltanto visti, ma anche ricordati.
Una componente, quella del ricordo, fondamentale quando si parla di edifici storici che oggi la mente e le mani degli architetti fanno rinascere sotto forma di strutture votate all’hospitality. In questo caso la definizione di design emotivo è quantomai calzante: “Intendiamoci – mette subito in chiaro Armando Bruno, ceo dello Studio Piva -: il design emotivo, per me, non è un design sentimentale. Non significa costruire scenografie nostalgiche o compiacenti. Significa lavorare sulla percezione dello spazio, sulla misura, sulla luce, sulla materia, sul silenzio e sui dettagli che accompagnano l’esperienza dell’ospite senza dichiararsi in modo eccessivo”.
Un ecosistema, dunque, “un puzzle – aggiunge Michele Bönan, titolare dell’omonimo studio – in cui tutti i tasselli vanno inseriti nel modo giusto per creare armonia”; un insieme di fattori che, se uniti, generano una sensazione forte e, in ultima analisi, un ricordo duraturo.

Lombardini 22, Grand Hotel San Pellegrino @Andrea Martiradonna
“Il design emotivo – precisa Luigi Fragola, fondatore e direttore creativo dello studio Luigi Fragola Architects – è un progetto che provoca un’emozione prima ancora di essere capito. Entri in una stanza e stai bene, sei felice senza saperne spiegare il perché. Nessun elemento, da solo, lo spiega, l’insieme sì”.
E Vittorio Grassi, fondatore e ceo di Vittorio Grassi Architects, si spinge oltre la qualità estetica del progetto che, secondo lui, non basta più: “Quando entro per la prima volta in un edificio storico – racconta – cerco sempre di capire quale sia la sua anima. Ogni palazzo ha, infatti, un elemento che ne racconta l’essenza: può essere la luce che attraversa un ambiente, una scala, una corte, persino il silenzio che si percepisce entrando”.
“Un luogo – aggiunge Grassi – dev’essere capace di coinvolgere tutti i sensi, di trasmettere benessere, appartenenza e autenticità”.

Casa J.K. Place Roma, progetto di Michele Bonan
Ed è proprio autenticità la parola che sta alla base del recupero degli edifici storici: “Quando uno di questi viene trasformato in hotel – spiega David Morini, ceo di Pelizzari Studio – non è necessario che tutto rimanga immutato, ma è fondamentale che non venga alterato ciò che ne definisce l’anima. Le proporzioni, la relazione con la luce, la scansione degli spazi, i materiali originari, le imperfezioni e le tracce lasciate dal tempo sono elementi che costruiscono l’identità del luogo. Sono proprio questi aspetti, spesso più silenziosi che monumentali, a generare emozione”.
Ascoltare la storia
Il compito dell’architetto è, dunque, quello di ascoltare: “Bisogna mettere l’ego da parte – dice Fragola -. Un edificio storico parla attraverso le proporzioni, le stratificazioni, le imperfezioni, persino attraverso ciò che ha perso. Io metto sempre davanti a me i miei progetti: conservare senza reinterpretare produce un museo, ma reinterpretare senza rispetto produce una cancellazione”.
Il progetto sta nel mezzo ed è la parte difficile, “che funziona – continua Fragola – quando l’ospite non guarda la storia, ma ci entra dentro, anche solo per qualche giorno”.
Concorda con lui Grassi: “L’architetto – sostiene – deve saper ascoltare la storia, ma anche darle un nuovo capitolo. Conservare senza reinterpretare significa congelare un edificio: l’ospite diventa parte della sua storia e l’architettura è il mezzo che rende possibile questo dialogo tra passato e presente”.
“Prima di intervenire – aggiunge Morini – è necessario comprenderne la storia, il contesto in cui si trova e le trasformazioni che ha attraversato”. Concorda con lui Gabriele Gascón, fondatore dello studio Gascón – The Italian Hotel & Clinic Signature -: “L’architetto – dice – deve ascoltare. Conservare o reinterpretare non sono alternative: sono due momenti dello stesso gesto. Si conserva ciò che è essenziale alla storia, si reinterpreta ciò che serve perché quella storia possa continuare a essere raccontata a persone che vivono nel presente. Un edificio storico trasformato in un hotel non è un museo: è una narrazione che riprende dopo una lunga pausa”.
Una narrazione che, però, ha diversi protagonisti: “Serve un approccio coordinato e comprensivo – spiega Alessandra Magri, Director Hospitality di Lombardini22 -, un team di lavoro che operi sinergicamente con enti e amministrazioni, nel caso in cui l’edificio sia tutelato. Tutti insieme ci si deve impegnare per la rinascita dell’edificio, restando sempre rispettosi del territorio in cui si trova e al quale, alla fine, si restituisce una componente storica molto importante, che migliora l’immagine anche del territorio stesso”.
L’architetto-regista
Per spiegare la genesi creativa dei suoi progetti Michele Bönan usa, invece, una metafora cinematografica: “La storia – racconta – per me è un suggerimento prezioso, ma sono io lo sceneggiatore e il regista del film. Quando, ad esempio, mi sono messo sul progetto del J.K. Place Capri, la storia mi restituiva una struttura brutta a Marina Grande, dove arrivano i traghetti. Io, però, mi sono immaginato una coppia di facoltosi inglesi che sbarcano a Capri e decidono di farne la propria residenza. L’ho fatto, quindi, diventare un lussuoso boutique hotel, ma per me è proprio come se fosse una grande residenza affacciata sul mare”.
“Il luogo – aggiunge Gascón – presta la voce, con la sua storia e i suoi materiali, ma la storia si compie solo quando qualcuno lo abita: quando un ospite si sveglia in una stanza e sente, senza saperlo, di trovarsi dentro qualcosa che lo precede e lo accoglie. Il nostro lavoro consiste esattamente in quell’incontro”.
“Negli hotel – spiega Grassi – l’ospite deve percepire la storia del luogo come qualcosa di vivo, non come una scenografia”.
L’esperienza dell’ospite è al centro dei pensieri anche per Fragola: “Spesso – dice – la direzione del progetto è nei dettagli che sembrano secondari: una parete non in squadra, un pavimento consumato, un affresco incompleto, una finestra che inquadra il paesaggio in modo inatteso. E immagino subito come l’edificio verrà vissuto: dove si fermerà lo sguardo dell’ospite, dove si sentirà protetto, dove sorpreso”.
No all’effetto Wow
“Nell’hospitality contemporanea – aggiunge Bruno – si tende a produrre immagini molto forti e immediate. Io credo invece che un hotel, soprattutto quando nasce da un edificio storico, debba costruire un rapporto più lento con l’ospite. Deve farlo sentire accolto, ma anche incuriosito e deve permettergli di abitare, anche solo per pochi giorni, una storia che non gli appartiene del tutto, ma che può diventare parte della sua memoria personale”. L’ideale, secondo lui, è che l’ospite entrando provi una forma di ‘sospensione’:_“Non stupore spettacolare – specifica -, non una meraviglia immediata e consumabile, quello che spesso viene definito ‘effetto wow’, ma la sensazione di essere entrato in un luogo con una propria profondità. Un luogo che non si esaurisce al primo sguardo”.
“Per me – dice provocatoriamente Bönan – il classico non esiste: esistono la classe, l’armonia, la coerenza. Cerco di fare cose timeless, senza tempo, che possano essere rinnovate e che contemporaneamente facciano sentire l’ospite protagonista della storia. Ora, ad esempio, sto intervenendo su Palazzo Caravita di Sirignano, uno dei più significativi esempi di dimora principesca napoletana, che diventerà un hotel con il management di Rocco Forte”. L’obiettivo dell’architetto è che le persone, “quando entreranno lì, si sentano a palazzo, ospiti del principe, non in un semplice albergo. Devono poter vivere un’emozione, un sogno, e per arrivare a questo una parte fondamentale è quella dei servizi: il ricordo dell’albergo è, infatti, anche quando ci si dorme bene e ci sono ottimi servizi”.
“L’edificio parla – incalza Magri -, parlano i mattoni ma parlano anche le sue geometrie. Gli elementi geometrici non sono solo strutturali, ma hanno una connotazione che richiama la storicità e vanno salvaguardati insieme a quelli storici”.
Tra coraggio e responsabilità
Fin qui abbiamo parlato di approccio alla storia, ma fino a che punto è lecito spingersi negli interventi su questo tipo di edifici? La risposta è nell’equilibrio tra coraggio e responsabilità. “Il limite – risponde Grassi – esiste ed è molto chiaro: quando il progetto cancella ciò che rende unico quell’edificio. Non è una questione di quantità di intervento – aggiunge -, ma di qualità delle scelte. Si possono realizzare trasformazioni anche molto profonde, se l’identità resta riconoscibile”.
Quasi identica alla sua la risposta di Fragola: “Il limite – precisa – viene superato quando il luogo diventa irriconoscibile, o quando la storia si riduce a pura immagine. La libertà creativa è senza dubbio necessaria; senza conoscenza, però, è solo arbitrio”.
E proprio sul concetto di equilibrio insiste Gascón: “Ci si può spingere molto in là sul piano tecnico e funzionale – precisa – dal momento che un hotel deve funzionare come una macchina perfetta. Ma c’è una soglia oltre la quale il palazzo smette di raccontare se stesso e comincia a raccontare l’ego di chi lo ha trasformato. Quella soglia non va mai attraversata”.
Un edifico storico, spiegano gli architetti, non è una superficie disponibile su cui applicare un’immagine contemporanea, ma una struttura complessa, che porta con sé una memoria collettiva, ma spesso anche una più intima. “Ci si può spingere molto avanti, anche con interventi forti – precisa Bruno -, a patto però che il progetto mantenga la capacità di far leggere la struttura profonda del luogo. Il problema nasce quando l’intervento diventa indifferente, quando potrebbe essere ovunque e cancella la specificità dell’edificio”.
Il nuovo non deve, dunque, sostituirsi al passato, ma renderlo nuovamente attuale, permettendogli di continuare a emozionare attraverso una nuova funzione.
“Il rischio maggiore – aggiunge Morini – si presenta quando si altera completamente l’equilibrio tra antico e nuovo, trasformando la struttura in un qualcosa di estraneo alla sua storia, ad esempio sostituendo indiscriminatamente i materiali originali o eliminando dettagli decorativi o elementi architettonici significativi”. L’esito può essere arrivare a cancellare le tracce del passato, annullando così anche la capacità di generare commozione e, di conseguenza, quel ricordo duraturo tanto caro a Le Corbusier.
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