Cambiano le necessità dei giovani che si avvicinano al mondo dell’ospitalità, meno la capacità di ascolto dei datori di lavoro. Oltrepassare i “blind spots del (mis)match” è stato infatti l’obiettivo del confronto pubblico “Esistere senza filtri”, che a Rimini ha portato sul palco di InOut e TTG Travel Experience studenti e rappresentanti di Starhotels, TH Resorts, Minor Hotels e The Palace Company.

“Innegabilmente esiste oggi un disallineamento di aspettative fra imprenditori e nuove leve – ha riconosciuto Elisabetta Fabri, presidente Confindustria Alberghi e Starhotels – perché dall’esterno gli hotel sono visti essenzialmente come immobili dove svolgere un lavoro, mentre dall’interno si rivelano strutture viventi, con proprie e peculiari dinamiche. La principale è la flessibilità, che comporta un adattamento al continuo variare degli ospiti, richiedendo perciò una capacità di approccio umano che va al di là delle semplici competenze professionali”.

Se in passato il lavoro in hotel finiva così per trasformarsi in una forma di dedizione totale, al punto da non prendere in considerazione qualsiasi altro aspetto della vita extralberghiera, la presa di coscienza degli ultimi anni inerente la sostenibilità ha indotto i giovani a richiedere maggiori tutele della vita privata rispetto a quella professionale. Non a caso, nel 2025 il settore alberghiero ha rilevato la necessità di 240mila ingressi lavorativi, corrisposta solo per il 48% a causa dell’indisponibilità di personale (33%) e competenze (12%). “Oltre ad aprire le porte degli alberghi agli studenti per farli innamorare del loro stile di vita – ha rilevato Graziano Debellini, presidente TH Resort – è fondamentale far capire ai giovani che il lavoro alberghiero è rapporto, incontro interattivo e creativo con la realtà, non mero incontro di individualità. La vita in albergo è quella di una grande casa dove possono abitare anche 300 persone insieme, giorno e notte”.

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