Progettare edifici facilmente replicabili, che potrebbero trovarsi ovunque e che, proprio per questo, tradiscono le buone intenzioni di chi li ha ideati assumendo lo status di non luoghi incapaci di generare identità.

È questo l’incubo di ogni architetto, la sfida che si può vincere grazie all’aiuto di un prezioso alleato: il viaggio.

“Per me – rivela Armando Bruno, ceo dello Studio Marco Piva – il viaggio è un dispositivo critico. In un momento storico in cui l’abitare tende all’omologazione globale viaggiare significa verificare che esistono ancora differenze, che lo spazio non è neutro, ma profondamente culturale”. Ed è proprio nel concetto di ‘differenza’ che deve svilupparsi la ricerca personale.

“Il viaggio – sottolinea Vittorio Grassi, founder & ceo di VGA Vittorio Grassi Architects – è innanzitutto uno strumento di conoscenza, ma diventa metodologia quando riesco a trasformare l’osservazione in processo. Non viaggio per collezionare immagini – aggiunge -, ma per capire come le persone abitano gli spazi, come li consumano nel tempo, che rapporto instaurano con la luce, i materiali, le soglie”. Concorda con lui Carlo Donati, fondatore di Carlo Donati Studio: “Il viaggio – sostiene – inizia come esperienza e diventa metodologia”.

La memoria corporea

Il segreto per raccogliere e immagazzinare il più possibile le informazioni è, dunque, partire senza aspettative, senza preconcetti. In questo l’artista e designer Deanna Comellini la pensa in modo diverso da Grassi: “Il viaggio – ribadisce – non può essere un metodo perché per sua natura apre le porte all’imprevedibile. Quando parto non penso di andare a raccogliere materiale per un progetto, penso di scoprire qualcosa che prima non conoscevo. Durante i viaggi ci si tramuta sempre e quel ‘non-so-che’ che avviene dentro di me finisce prima o poi nel mio lavoro (Comellini è direttrice creativa di G.T. Design, azienda da lei fondata e specializzata nel tessile per l’interior design, ndr)”. Un concetto che si può definire come una sorta di memoria corporea che Comellini porta nei suoi progetti.

Una memoria che riaffiora spesso in modo spontaneo: “Ciò che abbiamo vissuto influenza profondamente le nostre scelte progettuali – sottolinea Stefan Rier, fondatore con Lukas Rungger dello Studio NOA -. Le esperienze personali costituiscono il bagaglio a cui attingiamo durante il processo creativo, molte volte in modo quasi inconsapevole, con ricordi e sensazioni che riemergono in momenti inattesi della progettazione”.

Anche per David Morini, ceo di Pelizzari Studio, le idee non si cercano, ma si depositano. “Il viaggio – concorda con Comellini – non è metodologia, è una condizione di apertura. È interessante, ad esempio, osservare come i luoghi prendano forma: le tecniche costruttive, la materia, il modo in cui l’architettura si radica nel contesto”.

Un lavoro di osservazione che, secondo il parere di Nicola De Pellegrini, fondatore dello Studio Anidride Design, diventa ibridazione del pensiero: “Viaggio molto perché noi abbiamo progetti negli Stati Uniti, in Arabia e in Asia – racconta -. Dalle trasferte raccolgo innumerevoli spunti che trasferisco nei miei lavori e che possono influenzare tutti gli aspetti del progetto: culturale, funzionale ed estetico”.

Il confronto con le culture diverse è decisivo per Donati: “Crediamo fortemente nell’identità locale – precisa -, ma la contaminazione è un valore aggiunto. Senza contaminazioni i progetti possono risultare piatti e senza vibrazioni e noi combattiamo l’omologazione e la standardizzazione”.

“Anche la natura – aggiunge Morini – diventa riferimento primario: le piante autoctone, i paesaggi, i giardini. Non ci interessa replicare, ma assorbire. La materia può essere trasformata, il linguaggio si evolve; lo spazio, invece, deve restituire una risposta contemporanea, precisa. È sempre una questione di misura”.

Il percorso temporale

Uscire fuori dalla propria comfort zone può servire per mettere in discussione certezze che si credevano assodate: “Io viaggio da quando avevo vent’anni – racconta il designer Bepi Povia – e lo spostamento fisico è stato un elemento sostanziale per  la mia architettura del paesaggio.

Tuttavia il viaggio per me è la filosofia del design – aggiunge – e più che di spostamento geografico io amo parlare di viaggio filosofico-temporale alla riscoperta, ad esempio, delle antiche tecniche che hanno dato vita ad architetture permanenti, che hanno accompagnato il corso di tutte le civiltà e che a volte a noi mancano”. E fa l’esempio di un convegno sulla sostenibilità delle isole delle Antille devastate dai cicloni. “L’organizzatrice aveva letto della mia ‘filosofia delle radici’ (la linea progettuale del designer, volta al recupero della memoria storica del luogo, ndr): un tempo le costruzioni erano fatte per resistere alle intemperie, ma noi abbiamo perduto questa antica sapienza. Il senso della mia filosofia è che i nostri nonni costruivano meglio di noi, questo è il senso del mio viaggio interiore”.

E di percorso temporale parla anche Stefan Rier: “Se il progetto si trova nel contesto in cui vivo, Bolzano e L’Alto Adige – spiega – essendo cresciuto in questa terra il ‘viaggio’ diventa più un’indagine a ritroso per riscoprire scenari passati che possono riemergere. Un esempio è il progetto ‘Zallinger’, dove l’insediamento di nuovi chalet ricostruisce la forma originaria del villaggio storico”.

Il progetto, esempio di recupero storico e paesaggistico in un contesto di alta montagna, ha previsto l’ampliamento del Rifugio Zallinger all’Alpe di Siusi (Bolzano), con la creazione di un nuovo modello di ospitalità diffusa, nel segno di un turismo responsabile. Qui i fienili del XIX secolo sono rinati come mini chalet, restituendo appunto il fascino di un villaggio alpino.

A riprendere il concetto di memoria corporea è Armando Bruno, che spiega come le esperienze vissute possano influenzare le scelte di interior design.

“L’architettura – sostiene – non è un’immagine, ma una condizione corporea. La luce che muta durante il giorno, la qualità dell’aria, il suono di uno spazio, la temperatura delle superfici: sono questi gli elementi che costituiscono l’esperienza dell’abitare”.

E aggiunge come, nella fase progettuale, pensi alla sequenza percettiva e non alla singola inquadratura: “Mi interessa costruire ambienti che reagiscano al tempo, non scenografie statiche. In questo senso la dimensione sensoriale diventa anche una forma di resistenza alla superficialità dell’immagine”.

Anche per Vittorio Grassi l’architettura dell’ospitalità è profondamente sensoriale. “La memoria che abbiamo di un luogo – sottolinea – spesso non è visiva, ma tattile, sonora o olfattiva. Penso al rumore attutito di un pavimento di legno, all’odore della pietra bagnata, alla qualità della luce filtrata da un tessuto”. Tutte esperienze che diventano parametri progettuali: scelta delle superfici, controllo dell’acustica, modulazione della luce naturale e artificiale. “Non sono elementi decorativi – precisa Grassi -, ma strumenti per costruire benessere”. Anche per Comellini il tappeto non è solo pura decorazione, ma linguaggio: “È tra le prime cose che parlano a chi entra in un luogo e per progettarlo mi avvalgo di diversi stimoli, che possono essere anche fisici: la ruvidità della fibra di cocco, la morbidezza della seta, il calore della lana”.

Segnali luminosi

Ogni viaggio offre stimoli diversi, ma la maggior parte degli architetti e designer concorda sul ruolo fondamentale della luce: “Per me – spiega Povia – è un elemento essenziale, esprime il massimo dei concetti che cerco sempre di trasporre nei miei lavori”.

“La luce – gli fa eco Morini – è il primo materiale del progetto. Definisce lo spazio, prima ancora della materia. La luce dell’oceano in California, netta e orizzontale, non ha nulla a che vedere con quella filtrata dalla sabbia in Nord Africa, più densa, quasi tattile. Queste condizioni non si replicano, ma si traducono”.

La luce – racconta Comellini – mi ha interessata e mi interessa molto come materia trasformativa. Ricordo una mattina, tantissimi anni fa in Giappone, quando ho visto il riflesso del tempio Kinkaku-ji nell’acqua. La luce dorata era ovunque, trasformava l’acqua in materiale solido e il legno in qualcosa di etereo e fluido. Quella sensazione fisica è diventata pensiero e poi progetto. Ecco come è nata la collezione Kama”.

“Mi occupo molto di outdoor – aggiunge Povia -, quindi per me la luce è un elemento essenziale, esprime il massimo dei concetti che cerco di trasporre nei miei lavori. Anche i colori sono un’ispirazione formidabile”.

La luce, insieme ai colori, è indispensabile anche per De Pellegrini: “Il progetto che sto curando ad Amarillo, in Texas, prende spunto dal colore della roccia e del cielo, oltre che dal lascito storico della Route 66, dal momento che l’hotel si trova proprio lungo il percorso di questa famosissima strada. Percepisco l’atmosfera, l’ambiente, la storicità della via, le opere degli artisti, la cultura locale: su questo sostrato costruiamo una struttura che, però, diventa autonoma”. L’hotel, di cui lo studio di De Pellegrini curerà il restyling e l’interior design, sarà pronto entro un anno.

Per Grassi la maggior fonte d’ispirazione è sì la luce, ma abbinata ai materiali, perché insieme rappresentano le componenti che strutturano lo spazio. “La vera creatività, comunque – riflette Grassi -, nasce dalla relazione tra questi elementi. Una pietra lavorata in un certo modo cambia completamente quando viene colpita da una luce radente. Un intonaco minerale assorbe il suono in un modo diverso rispetto a una superficie liscia. L’ispirazione sta nel capire queste interazioni e trasformarle in qualità spaziale”.

“Ogni viaggio offre stimoli diversi – prosegue Rier -: a volte è la luce, altre volte i materiali, i colori o le atmosfere. Ogni esperienza è unica e, in quanto tale, diventa una fonte di ispirazione a sé stante”.

Ispirazione che, gli fa eco Donati, è un insieme di elementi: “Attribuisco alla sinestesia un valore centrale nei nostri lavori. La sinergia e i rimandi tra architettura, profumi, arte e soprattutto, nel mio caso, la musica”.

“Non parto quasi mai da fotografie o riferimenti iconici – spiega invece Bruno -. L’immagine oggi è troppo immediata, troppo consumabile, quindi preferisco lavorare su atmosfere, ritmi e tensioni. Un film può suggerirmi una qualità luminosa, un testo può indicarmi una struttura narrativa, una musica può aiutarmi a comprendere il ritmo”.

Raccolti tutti questi elementi parte la fase progettuale, in cui il lavoro dell’architetto diventa esso stesso testimonianza delle riflessioni fatte all’estero. “I miei viaggi in Indonesia, Hong Kong e Thailandia – racconta Donati – sono stati fonte di ispirazione e condivisione con i committenti del Country Suites Villa Colombi, non solo per la ricerca dei pezzi, ma per la trasposizione cromatica in attrito con l’edificio in legno, dal sapore più nordamericano”.

“Nei nostri progetti in Kuwait e a Riyad – racconta Grassi – l’osservazione delle lavorazioni delle pietre e dei marmi ci ha portato a sviluppare delle superfici murarie con texture variabili che reagiscono alla luce durante la giornata, trasformando la percezione degli ambienti senza ricorrere a elementi scenografici aggiuntivi”.

L’esperienza diretta dell’architettura mediterranea e nordafricana ha influenzato direttamente Bruno: “Uno degli esempi è il progetto sviluppato a Sharm el Sheikh all’interno del masterplan di Sharm Bay Marina. Gli spessori murari importanti, le ombre profonde e le sequenze spaziali filtrate hanno influenzato la progettazione degli interni evitando la soluzione, oggi molto diffusa, delle grandi superfici completamente vetrate e uniformemente illuminate”.

La collezione Coconutrug – illustra Comellini – nasce dall’incontro con la fibra di cocco nelle culture tropicali, una materia povera e dimenticata dal design occidentale. Io l’ho portata in hotel restituendole dignità progettuale: la sua ruvidità diventa texture tattile preziosa per chi ha dimenticato il valore della natura e della terra”.

Il riferimento osservato in viaggio può, però, anche essere scomposto e poi ricostruito con altri materiali, altre geometrie. “Il soffitto del ristorante del Mansio Vegan Boutique – spiega Morini – nasce da questo processo: le canne di bambù evocano i canneti del lago di Garda, ma vengono astratte fino a diventare pura struttura spaziale”.

L’obiettivo di tutti è, comunque, sempre e soltanto uno: evitare gli spazi neutri, senza tensione, che producono i non-luoghi privi di identità descritti da Marc Augé. Solo il confronto con altre culture può salvarci dalla banalità della standardizzazione.

Ti è piaciuto questo contenuto? Condividilo con chi vuoi

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE