Profondamente diversi, ma con una grande capacità di integrarsi senza alzare barriere. Due architetti che inseriscono sempre la persona al centro di tutti i loro progetti. Può apparire scontato, ma in questa lunga intervista con Ludovica Serafini e Roberto Palomba si intuisce perché sia fondamentale soddisfare ‘l’essere umano’. Questo sostengono, quando immaginano e iniziano a disegnare una casa o un albergo. L’angolo ‘riservato’ dell’intervista su questo numero di InOut Review magazine aveva bisogno di scoprire due ‘anime’ tecniche, apparentemente distanti loro. Architetti che, tra un sorriso e una battuta, molto rivelano di loro e dei progetti.

Al centro dei vostri progetti c’è sempre la persona. Come si traduce in maniera concreta questo principio?

Ludovica Serafini: L’essere umano è fondamentale, perché pensiamo che tutto quello che facciamo debba servire a noi, al nostro benessere. Questo è il primo desiderio che abbiamo posto come baluardo iniziando a progettare. Il bello è armonia e dove c’è armonia l’essere umano sta bene, non ci sono storie. Vede, nel bello non puoi aggiungere o togliere niente perché in sé è già perfetto. Poi l’aspetto umano: una buona architettura ti fa stare bene e a quel punto significa che hai fatto un ottimo lavoro.

Ndr ‘Facciamo’ e ‘abbiamo’ a una sola voce. Diversi, come si diceva, ma capaci di integrarsi esaltando le loro caratteristiche.

Roberto Palomba: Diciamo che non può esistere il bello senza il buono. Quello che inquina, fa del male, non ha una proporzione oppure appare scomodo, quello che non è empatico o non si relaziona all’essere umano non dev’essere considerato bello. Magari diversamente interessante, ma niente di più. Il nostro mestiere non appartiene alle arti in senso stretto, ma ai servizi. Non mi ritengo un artista, bensì un professionista al servizio della persona. Quando facciamo design o architettura è molto gratificante perché poi si presuppone un ritorno. Il ritorno è il successo dei nostri pezzi quando vediamo che vengono scelti da centinaia o migliaia di persone, oppure quando generiamo benessere o felicità.

Lavorare in due è una bella sfida. Come ci siete arrivati e quanto diventa faticoso trovare sempre punti di intesa?

R.P: Noi litighiamo per ridere, facciamo grandi sceneggiate (tutta da vedere l’espressione di Ludovica Serafini… ndr) e grandi risate, ma alla fine sui punti fondamentali siamo sempre d’accordo. Di base esiste una grande ammirazione reciproca e una grande sinergia nel fatto che noi due siamo complementari. Ludovica è molto più architetto di me, io sono molto più designer. Raramente ci pestiamo i piedi e ci completiamo molto L.S.: La verità, invece, è che nel mondo avvengono molte cose per caso. Per caso, infatti, un lavoro viene sviluppato all’interno dello studio da uno o dall’altro. Io vedo che la parte creativa non puoi sceglierla in modo razionale, ma vai quasi sempre a caso. Essere razionali serve solo in un secondo momento. Vuole la verità? Quando ci siamo conosciuti è stato semplice rendersi conto di avere basi culturali comuni e penso anche a quella letteraria o teatrale. Caratterialmente non siamo nostalgici, ma ci consideriamo scopritori.

R.P.: Mi lasci aggiungere che la vita non sempre ti porta dove vorresti andare, ma quando arrivano opportunità poi tutto si mette in moto. Siamo anche questo, ma qualche volta ti unisci anche per situazioni strane. Tempo fa abbiamo fatto una mostra sui bagni e pensavamo non sarebbe servita a niente. Invece è stata una parte fondamentale della nostra carriera.

Che cosa vi aiuta nel vostro lavoro? Dove prendete spunto o ispirazione?

L.S.: Da piccola gli adulti mi dicevano: “Vuoi fare architettura? Allora, ecco un foglio bianco e ora disegnami qualcosa”. Ma la vita non è un foglio bianco. Su ogni progetto che inizi c’è dentro tutta la tua storia. Per esempio il territorio in cui si inserisce il progetto e la tua sensibilità, a cui devi attingere. Nella parte di design è tutto chiaro: una sedia resta una sedia, il tappeto rimane un tappeto. Serve quindi un’evoluzione di quello che c’è già. Non parti mai dal niente, ma da tanto. Roberto, per esempio, è bravissimo nel design e disegna divani stupendi e io, invece, mi siedo per terra. Il divano non lo so neppure disegnare…

R.P.: A volte vedi progetti dei colleghi ispirati a qualcosa che avevi sotto il naso da anni e non te ne sei mai accorto. Ognuno ha una storia personale e questo contribuisce a selezionare (in modo incosciente) dei particolari e delle ispirazioni che magari hanno a che fare con i colori e gli odori dell’infanzia.

Come riuscite a mantenere l’identità della struttura su cui operate tenendo anche conto delle richieste del committente?

L.S.: Facciamo sempre un lavoro di condivisione e, in molti casi, di convincimento per trasportate le persone in ambiti che non avevano mai immaginato. È necessario non avere timore di dire loro che le affermazioni portano a determinate conseguenze. Siamo sempre chiari su questo

R.P.: Nel corso degli anni abbiamo creato un gruppo di clienti selezionati che nutrono fiducia nei nostri progetti. Sanno chi siamo, cosa facciamo e soprattutto cosa significa lavorare con noi. Il cliente resta un interlocutore fondamentale e bisogna trovare il giusto compromesso.

Esiste una forte richiesta per cambiare gli alberghi e indirizzarli nella fascia di alta gamma. A volte con risultati discutibili. Che idea avete del settore luxury?

R.P.: Lavoriamo con Smeralda Holding e Belmond, tutto al massimo della complessità e con un livello spinto verso l’alto. La richiesta di questi interlocutori è diventata molto alta. Il budget è sempre al centro del tavolo dei lavori, ma non vogliamo porci delle limitazioni. Nell’hospitality mancano ancora cultura e una managerialità capace di costruire progetti distintivi. Questo dovevo dirlo. Quando troviamo un interlocutore che ci permette di costruire esperienze diverse sappiamo che il progetto funziona, diventa automatico. Alla fine il cliente rimane affascinato e anche lui cresce.

L.S.: Se vai in giro e guardi le auto, all’interno delle loro categorie sono tutte uguali. Il difetto vero è proprio questo. Quando si decide di investire nel segmento lusso escono sul mercato alberghi tutti uguali, omologati. Vivono tutti di fake (e su questo punto Serafini appare molto determinata …ndr), propinano un mondo falsato e utilizzano magari il finto d’epoca. Non c’è preparazione al concetto di lusso, di accoglienza e originalità.

Tre consigli utili che vorreste dare ai futuri architetti e designer?

L.S.: Primo consiglio: dato che io sono immortale scegli me. Secondo: progetta sempre qualcosa che faccia stare bene le persone. Fai sempre attenzione a come utilizzi la luce. La luce deve essere gentile. Terzo: fai meno e farai bene.

R.P.: Come primo punto, scegliete sempre un buon architetto. E concordo con Ludovica… Poi ricordarsi sempre di essere onesti nel progetto. Non voglio veder farciture di oggetti e prodotti che confondono. Tutto fatto un tanto al chilo. In ultimo è indispensabile immaginare come la persona vivrà quello spazio. Deve essere felice.

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