Non sono destinazioni, ma intermezzi. Punti di sospensione da colmare con più cura. Le aree di sosta, qualunque esse siano – una sala d’attesa, un gate, una lounge, una hall – meritano attenzione perché parlano dell’identità di un luogo, dell’intelligenza di un progetto, del rispetto per chi lo attraversa.

L’attesa non è solo una costrizione: può diventare uno spazio consapevole, un tempo preparatorio che alimenta il desiderio verso un evento futuro. Ed è qui che entra in gioco la progettazione. La comodità deve farsi sentire senza doverla spiegare. Negli aeroporti, come negli hotel, la funzione resta la stessa: accompagnare, accogliere, connettere. Cambiano la scala, la durata, le posture. Ma l’essenza è comune: rendere abitabile il tempo della transizione. Per Luciano Bolzoni, architetto milanese, scrittore e curatore, nonché responsabile del patrimonio artistico e culturale di Sea – Aeroporti di Milano, l’aeroporto non è un “non luogo”. “Non esistono i non luoghi – spiega Bolzoni -, ogni infrastruttura pensata per far incontrare le persone è un luogo, anche se solo di passaggio”. Autore del libro ‘La vita degli aeroporti. Piccoli atterraggi in un mondo sospeso’ (Ediciclo Editore), Bolzoni firma a Linate e Malpensa progetti che portano arte, musica e pensiero là dove di solito regna solo l’attesa.

“L’aeroporto è doppio – racconta -. C’è quello invisibile di chi ci lavora, fatto di orari. E quello visibile di chi arriva e parte, lasciando solo una scia”. Sono specchi delle nostre città: commercio, servizi, consumo. “Ma non possiamo ridurlo a un centro commerciale. Dev’essere sempre più un luogo di scambio, con sedute comode, colori caldi, spazi che invitano a sentirsi un po’ come a casa. Difficile, certo, ma non impossibile”.

Progettare esperienze, non ambienti

La ricetta? “Lavorare su architettura, finiture e dettagli per umanizzare aree che rischiano di essere inospitali”. Una sfida condivisa anche nel mondo dell’hospitality. “Non progettiamo semplicemente ambienti, ma vere e proprie esperienze” racconta Keith Pillow, fondatore di DAAA Haus, studio nato a Malta nel 2009 e oggi composto da un team internazionale di trenta giovani professionisti. “Partiamo sempre dal concetto di esperienza narrativa – spiega -. Anche uno spazio di passaggio può diventare racconto: un suono che accoglie, una fragranza che resta nella memoria, una luce che accarezza”.

L’architettura, aggiunge, “smette di essere cornice e diventa voce: un linguaggio sensoriale che parla a 360 gradi”. Anche in aeroporto si sperimenta. Ma con vincoli più rigidi. “Paradossalmente – osserva Bolzoni – l’architettura più audace oggi si trova nei Paesi che un tempo ritenevamo poveri, come la Turchia o gli Stati orientali, che investono in grandi spazi, strutture innovative, visioni ambiziose. In Italia, invece, a parte Fiumicino e Malpensa, gli aeroporti minori crescono a pezzi, senza avere un disegno organico. Mancano spazio, coraggio progettuale e, soprattutto, mancano tempi e iter autorizzativi sostenibili: troppi vincoli, troppe lentezze”.

Il progetto è anche gesto politico. Ne è esempio la gestione delle sale d’attesa: “A Malpensa e Linate, come in molti aeroporti internazionali – aggiunge Bolzoni -, le sedute sono spesso dotate di braccioli divisori, che impediscono di sdraiarsi. È una scelta che mira a mantenere ordine, ma serve di fatto a tenere lontani i senza dimora”. L’arte, però, sta giocando un ruolo sempre più decisivo. “Le aree degli scali cercano di sorprendere con installazioni, mostre, esperienze. Nel 2015, ad esempio – racconta con soddisfazione -, una mostra sul Cenacolo curata dall’albanese Gëzim Gashi ha stupito tutti, soprattutto i bambini, che mai si sarebbero aspettati di incontrare un capolavoro tra i gate”. Anche DAAA Haus ha un proprio dipartimento di curatela artistica. “Ogni progetto prevede opere su misura: in un hotel art déco, per esempio, abbiamo commissionato grafiche originali che ritornano nei saloni, nelle camere, persino nel merchandising. Perché ogni ambiente racconta. E ogni racconto lascia un’impronta”.

Un linguaggio sensoriale

La narrazione, secondo Pillow, è fatta anche di comfort, ma senza ostentazione. “L’ergonomia è rispetto per il corpo. La luce dev’essere morbida, mai invadente”. L’architettura smette di essere cornice e diventa voce: un linguaggio sensoriale che parla a 360 gradi. L’obiettivo? “Che alla fine del soggiorno l’ospite non ricordi solo la stanza, ma l’intero albergo come un organismo coerente”. Ogni spazio è dunque  parte di un sistema narrativo: “Che si tratti di un palazzo storico o di un edificio contemporaneo, ogni contesto ha una voce da rispettare”. La tecnologia? Sempre integrata con discrezione:  “Non si può pensare a un hotel high-tech solo per giovani. Bisogna parlare a tutti, con intelligenza e misura”. Ma c’è un elemento sottovalutato che può fare la differenza: la segnaletica. Per Bolzoni “è fondamentale, il cuore dell’esperienza del passeggero, ma è la più difficile da gestire. Io consiglio semplicità, come quella stradale: verde per l’autostrada, blu per le statali. Nessuno ci pensa più, la riconosci e basta”.

In hotel la segnaletica è parte integrante del progetto, ci racconta Pillow. “Progettiamo tipografia, icone, wayfinding. E anche gli spazi comuni – lounge, lobby, corridoi – diventano piazze, zone fluide dove si lavora, si conversa, ci si isola. Con materiali fonoassorbenti, arredi su misura, colori che favoriscono la concentrazione o il relax”. Cambia la durata, non il senso. L’aeroporto si attraversa, l’hotel si abita, ma in entrambi i casi l’obiettivo è lo stesso: rendere il passaggio un’esperienza viva. Un tempo che non si subisce, ma si vive. Un luogo che non si dimentica.

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