Cerchi un hotel a Venezia? Chi decide sta a Cupertino. Non è uno scherzo, né un romanzo di fantascienza digitale: quando sei a caccia di un alloggio alla Serenissima, non è in laguna che si prendono le decisioni, ma dall’altra parte del mondo. Il futuro dell’ospitalità veneziana (e non solo) passa per un ufficio nella Silicon Valley, dove Google può far brillare o far sparire un hotel con un clic. Come? Basta digitare “hotel a Venezia”: The Big G mostra una sezione speciale, Google Hotels, che raccoglie offerte da siti ufficiali, Booking, Expedia e altri. Comodo? Sì, ma non neutrale.

L’algoritmo decide cosa mostrare e in che ordine, spesso privilegiando chi è nel suo ecosistema o ha accordi commerciali. Tradotto: se sei un piccolo hotel indipendente, anche con la migliore offerta, rischi di finire nelle pagine che nessuno scorre mai. Così, Google diventa non solo motore di ricerca, ma anche portiere, bigliettaio e cassiere del mercato alberghiero. Chi non paga il pedaggio digitale resta invisibile. Non è solo un problema tecnologico: è una questione di pluralismo e concorrenza. L’Europa l’ha capito e ha avviato un’azione contro Google per violazione del Digital Markets Act (DMA), la normativa entrata in vigore a marzo 2024 per limitare gli abusi delle Big Tech.

La Commissione europea potrebbe emettere una decisione formale entro fine 2025 o inizio 2026. Il prossimo passo è lo “Statement of Objections”, cui Google potrà replicare. Possibili anche accordi extragiudiziali, ma solo se convincenti. In caso di conferma delle infrazioni, le sanzioni possono arrivare fino al 10% del fatturato globale. Google potrà fare ricorso, allungando i tempi di una risoluzione definitiva. Nel frattempo gli hotel indipendenti restano in balia dell’algoritmo. È Cupertino che riscrive il copione turistico. Nel grande teatro del web non è più la città sull’acqua a dettare le regole, ma il vate digitale della Silicon Valley. Con un clic, può trasformare anche la Serenissima… In una delle sue succursali periferiche.

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