C’è un punto fermo, ed è quasi un paradosso: il colore, per Josef Albers, resta il mezzo più relativo nell’arte. Instabile, mobile, sempre in relazione. Pittore, teorico e docente tra il Bauhaus, il Black Mountain College e la Yale University, Albers ha costruito tutta la sua ricerca su un’idea essenziale: il colore cambia continuamente, si definisce solo nel rapporto con ciò che lo circonda, con la luce, con lo sguardo. Da questa indagine nasce la serie Homage to the Square, avviata nel 1950, un esercizio rigoroso e infinito di quadrati concentrici usati come campo di prova per le interazioni cromatiche.

Proprio da qui prende forma Homage to the Square di Mutina, che traduce quella ricerca in superficie abitabile in quadrati concentrici e misurati e campi di colore che si inseguono e si correggono, tra gialli, grigi, verdi, toni caldi e freddi che cambiano registro a seconda della luce. La parete diventa una presenza quasi ipnotica, costruita per stratificazione. Non è una collezione decorativa, ma una presa di posizione che si avvicina all’arte.

Con Josef and Anni Albers Foundation, il lavoro di Albers entra nell’architettura d’interni senza perdere rigore. Il quadrato resta regola, misura, disciplina, un modulo che si ripete, si sposta, genera variazioni minime e continue. La superficie, opaca, trattiene la luce più che rifletterla: la assorbe e la restituisce lenta, diversa nell’arco della giornata. È qui che il colore torna a essere relazione: tra elementi, tra materiali, tra spazio e sguardo. Il risultato tiene una linea sottile, dove pittura e architettura si incontrano e trovano un equilibrio mobile, sempre in trasformazione.

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